Immigrati e i 35 euro al giorno, vi spieghiamo perché

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO UN ARTICOLO DI UN NOSTRO LETTORE.

Quante volte avete sentito dire: “Questi immigrati non fanno nulla e prendono 35 euro al giorno?!?…..”
Vi spieghiamo come funziona. Questi soldi (35 euro) non vanno in tasca agli immigranti, ma rappresentano i costi giornalieri (vitto, alloggio, pulizia dello stabile e manutenzione) di gestione per persona sostenuti da quelle Organizzazioni di cui i Comuni Italiani – che partecipano al Bando SPRAR (Sistema di protezione e accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo) – si avvalgono per la gestione dell’accoglienza.​
Come previsto dall’ultimo Bando 2014/2016, gli enti locali (ad esempio i Comuni) hanno l’obbligo di presentare un piano finanziario che deve essere approvato da una commissione formata da rappresentanti di enti locali (Comuni, Province e Regioni), del ministero dell’Interno e dell’Unhcr. Le spese di gestione per profugo, valutate in media intorno ai 35 euro pro capite pro die, possono subire delle variazioni da Regione a Regione, secondo il costo della vita locale e dell’affitto delle strutture. Una piccola quota copre anche i progetti di inserimento lavorativo.
Ai richiedenti asilo viene corrisposto direttamente il cosiddetto Pocket Money (pari a 2,50 euro giornaliere), utilizzato per le piccole spese quotidiane. Soldi che, secondo le direttive del succitato Bando, restano comunque nei Comuni e tornano sul territorio.​
Quindi se togliamo i 2,50 euro circa di Pocket Money, restano più di 32 euro (il 92 % del totale) a profugo che servono, prima di tutto, per coprire la spesa del personale: cioè per pagare gli stipendi, i contributi e i contratti degli operatori che lavorano nei centri, e che sono soprattutto giovani italiani.
Una parte è spesa per l’alloggio e per il mantenimento delle strutture, che alcune volte sono di proprietà dei Comuni e vengono ristrutturate e altre volte sono prese in affitto da privati della zona. Infine, una parte serve a pagare i fornitori, da quelli di generi alimentari alle farmacie fino alle cartolerie.
Inoltre nel caso dello SPRAR sono 400 circa i Comuni direttamente coinvolti nei progetti, ma secondo i nostri calcoli a beneficiarne sono almeno il triplo, cioè oltre mille. Questo perché spesso gli enti territoriali fanno accordi con Comuni limitrofi per gestire meglio l’accoglienza.

Redazione

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