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Nuova Rubrica “Lo sapevi che…”: Il licenziamento in caso di assenza ingiustificata del dipendente dal posto di lavoro

25 Ott

Nuova Rubrica “Lo sapevi che…”: Il licenziamento in caso di assenza ingiustificata del dipendente dal posto di lavoro

Il lavoratore assente dal proprio posto in azienda, senza una valida motivazione e senza averlo previamente comunicato al datore può essere licenziato: ecco una serie di casi in cui è legittimo il provvedimento disciplinare.
Tutte le volte in cui il lavoratore è “assente ingiustificato” può essere licenziato. Lo ha chiarito la Cassazione con varie sentenze (tra tutte citiamo Cass. sent. n. 17987/15 dell’11.09.2015).
Si ha assenza ingiustificata quando il dipendente non comunichi tempestivamente le motivazioni della sua assenza dal servizio, o addirittura, fornisca informazioni non veritiere. L’assenza prolungata e ingiustificata compromette, infatti, il rapporto fiduciario tra le parti in modo irreversibile.
Non comunicare tempestivamente al datore di lavoro eventuali impedimenti del regolare espletamento della prestazione lavorativa, che determinano la necessità di assentarsi per diversi giorni, giustifica il licenziamento, in quanto la suddetta assenza dal lavoro se non comunicata è idonea ad arrecare al datore di lavoro un pregiudizio organizzativo (Cass. sent n. 10352/2014).
Al lavoratore, di norma, è consentito ritardare l’inizio del lavoro o assentarsi dal proprio posto solo per giustificato motivo o avvisando il superiore diretto. L’assenza dev’essere giustificata entro un tempo variabile tra un minimo di 24 ed un massimo di 48 ore, a seconda dei diversi contratti.
La comunicazione delle giustificazioni deve pervenire entro il termine previsto. Non è sufficiente la spedizione di una lettera giustificativa entro tale periodo.
In ogni caso, l’assenza ingiustificata non è causa di licenziamento se è di pochi attimi (si pensi al dipendente che si reca in bagno o risponde a una telefonata familiare, allontanandosi nel corridoio, o che vada al distributore automatico per acquistare una bottiglia d’acqua). L’assenza, al contrario, deve essere protratta oltre un certo termine dal lavoro per poter dar luogo al licenziamento. Insomma l’assenza deve essere valutata come infrazione disciplinare con tutto il procedimento preliminare che consegue.
Alcuni CCNL specificano quale debba essere la durata dell’assenza ingiustificata affinché la stessa sia considerata come volontà di dimettersi (ad esempio: oltre i tre giorni). Per la giurisprudenza maggioritaria, il lavoratore può dimostrare (offrendo prova contraria) l’assenza di tale volontà (Cass. sent. n. 1025/2015.; Cass. sent. n. 16507/2013; Cass. sent. n. 12942/1999).
Nella sentenza sopra richiamata, la Suprema Corte ha ritenuto che quindici giorni di assenza dal lavoro fossero più che sufficienti per la risoluzione del rapporto con l’azienda.
L’abbandono del posto di lavoro non ha, di per sé, il significato di un tacito atto di dimissioni da parte del lavoratore, ma dal suo comportamento devono risultare anche ulteriori circostanze di fatto a conferma della sua volontà di dimettersi e la stessa volontà deve essere comunicata al datore di lavoro in maniera idonea (Cass. sent. n. 2170/2000).
Se il datore di lavoro non ha certezza della reale volontà del lavoratore di dimettersi, egli può contestare comunque la protratta assenza sul piano disciplinare, per procedere al successivo licenziamento al superamento dei limiti previsti dal codice disciplinare.

(Red)

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