RUBRICA LIBRI a cura di Stefano Carnicelli: “Fuoco al cielo” di Viola Di Grado

Esco demolito emotivamente dal nuovo approccio con la bella scrittura di Viola Di Grado. Demolito per la storia narrata, per i risvolti umani, per l’assenza dell’uomo… per la sua naturale, semplice capacità di uccidere e distruggere la vita degli altri. “Fuoco al cielo” è un romanzo così potente e intenso da legarti alle pagine con una forza incontrastabile. Non puoi non esserne attratto; ne diventi parte, vivi con i protagonisti, sei con loro con il cuore per il dramma… preghi perché tutto si risolva.

Tamara e Vladimir si conoscono a Musljumovo, un villaggio ormai dimenticato ai confini con la Siberia. E’ un luogo grigio, freddo, tetro, con tanti caseggiati in rovina. Uno dei tanti villaggi “chiusi” sorti intorno alla “città segreta”. E’ ciò che resta di un feroce progetto di sviluppo nucleare che passa sopra la dignità umana travolgendo i diritti della persona. Siamo negli anni 50-60 quando il potere centrale decide di costruire la città dell’opulenza. Sembra tutto perfetto per gli abitanti che, accettando questa vita agiata e programmata, diventano “invisibili” agli occhi del mondo. Destinati a un esilio dorato in una sorta di città dei balocchi da dove non potranno allontanarsi. Un filo spinato invisibile separa la fine delle case da tutto il resto. Il verificarsi di tre catastrofi nucleari sconvolgerà tante esistenze fino a quel tempo tranquille. Gli effetti del disastro arriveranno anche nei villaggi intorno. Si potrebbe pensare di portare altrove quelle sfortunate popolazioni (quasi 300 mila abitanti), lontano dai luoghi ormai compromessi e contaminati. Troppo oneroso! Meglio mettere tutto a tacere. Più semplice “pagare” miseri sussidi segreti per “comprare” il silenzio di tante persone destinate a sopravvivere in territori maledetti e inquinati in ogni dove. L’importare e non dire, non divulgare la verità alle orecchie del mondo.

Il destino di Tamara è legato a queste tristi vicende. Ha deciso di restare. Si sente importante perché insegna nella scuola del suo villaggio, Musljumovo. I suoi genitori sono morti proprio li; sputando sangue e morte, infettati fino all’anima dal fiume maledetto. Vladimir vive e Mosca; è un buono. Contro la volontà dei genitori, si reca in questi luoghi dimenticati persino da Dio. È un infermiere e non un medico. Non voleva avere il potere di aggiustare e sostituire i pezzi dei corpi; molto semplicemente voleva stare con i pazienti… sfiorarli, toccarli, parlare con loro, guardarli negli occhi, pulirli, piccoli gesti che curano soprattutto l’anima. Per questo decide di andare nel sanatorio di uno dei villaggi chiusi e dimenticati; uno dei ventiquattro rimasti. C’è bisogno di cure, di gente come Vladimir perché sono popolazioni abbandonate da tutti.

La scrittura di Viola Di Grado appare asciutta, secca, decisa. Arriva al punto senza tentennare. Le descrizioni sono davvero sconvolgenti e toccano il cuore del lettore lasciando tanta tristezza ma anche un velo di infinita dolcezza. Si vive in luoghi ben sapendo di morire. Si muore di cancro perché ogni cosa è malata: i funghi, le erbe, la terra… il fiume dove, per anni, hanno scaricato milioni di metri cubi di spazzatura nucleare. Periodicamente gli inutili controlli medici non potranno che confermare, mascherandola tra la menzogna e la rassegnazione, l’esistenza di valori di contaminazione radioattiva oltre i limiti. Erano tutti eredi di coloro che avevano visto il disastro nel 1957… il fuoco al cielo. Prima o poi, per ognuno di loro, sarebbe arrivata la chiamata del Signore; tutti risucchiati nel nulla di un gigantesco aspirapolvere come tanti luridi dimenticati granelli… era solo questione di tempo.

Impressiona la penna dell’autrice quando descrive le sorti di queste persone. Sono destini a scomparsa, esistenze senza futuro, storie trascurate dalla speranza. Si convive con enormi consumi di droga e alcol. Drogarsi per non impazzire. I bambini presentano spesso ritardi mentali, malformazioni fisiche, malattie strane e non curabili. Tutto è frutto del fuoco. Tra i colori di questo quadro apocalittico, Vladimir s’innamora di Tamara: un fiore che nasce negli sterminati territori del nulla. Non è facile amarsi a Musljumovo. Sembra un gesto non lecito, vietato. Ci si può innamorare in un ambiente disperato e senza futuro? Tamara non è avvezza all’amore. Era abituata alla freddezza e all’insensibilità; non poteva essere, non voleva amarlo. Non avrebbe potuto dare nulla a Vladimir e persino un figlio sarebbe stato marcio, malato, condannato a non vivere prima ancora di nascere. Evidentemente la forza del sentimento è così forte da cercare di sbugiardare persino la certezza di una morte presente in ogni angolo del villaggio.

I sentimenti che racconta Viola Di Grado hanno il sapore amaro della disperazione. E’ amore e non amore. Si ama condividendo esistenze improbabili senza domani. Corpi uniti, intrecciati che si scambiano tenerezze ma anche la tristezza del vivere. Eppure era amore… vissuto in un buio comune senza luce. Qualcosa di spaventoso li sorregge, li tiene fermi, bloccati in quel luogo terrificante. Non c’è fuga, non c’è rinascita, non c’è una nuova vita; solo angoscia e reciproca sofferenza.

Per Tamara, inevitabilmente, si apriranno gli spazi della follia alimentati da un sogno prima aborrito e poi inseguito oltre ogni limite umano. Forse credeva nei suoi sentimenti perché l’amore era l’unico peso per alleggerire un’esistenza insopportabile.

Una scrittura che tanto insegna su errori umani mostruosamente sottaciuti e poi sfociati in quella che è la distruzione dell’uomo. Una distruzione lenta, inesorabile, del corpo, della mente, dei sogni. Un romanzo che fa tremare i polsi mentre lo tieni in mano per quella che non può che essere una potentissima lettura. Una storia che fa riflettere su come la vita possa essere deviata e deformata dall’uomo. Si… proprio l’uomo; incapace di essere veramente felice nella semplicità dell’esistenza e quindi crudele dispensatore di tante miserie umane che hanno il fatale e buio colore della morte. Una morte che tutto ingoia: la vita, i sentimenti… perfino l’amore.

Stefano Carnicelli

http://www.stefanocarnicelli.it/

Viola Di Grado è nata a Catania nel 1987. Il suo primo romanzo, “Settanta acrilico trenta lana”, pubblicato a 23 anni, ha vinto il premio Campiello Opera Prima, il premio Rapallo Carige Opera Prima ed è stato finalista al premio Strega. Il suo secondo romanzo, “Cuore Cavo”, è stato finalista all’International DUBLIN Literary Award, ai PEN Translation Awards e agli IPTA Awards. Le sue opere sono tradotte in dodici paesi. Nel 2016 pubblica “Bambini di ferro”. Viola si è laureata in lingue orientali a Torino. Ha viaggiato in Cina e Giappone e si è specializzata in filosofia cinese a Londra. “Fuoco al cielo” è il suo nuovo romanzo.

Viola Di Grado: “Fuoco al cielo” (La nave di Teseo), 2019, pag. 233 euro 19,00

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