RUBRICA LIBRI a cura di Stefano Carnicelli: “Bambini di ferro” di Viola Di Grado

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Tornare a leggere Viola Di Grado è stato emozionante. Il suo romanzo “Bambini di ferro” si presenta con una scrittura forte e potente. Una scrittura che fa riflettere, che apre gli spazi verso ipotetici mondi (e tempi) nuovi, forse non così troppo lontani. Sin dalle prime pagine del testo, ci si chiede: “In che direzione stiamo andando?”. “Cosa ne sarà dei sentimenti spontanei, dei sussulti del cuore, più in generale, dei rapporti umani?”.

 

Siamo in Giappone. In un tempo quasi imprecisato. E’ la fine di un’estate torrida e di una primavera anaffettiva. L’istituto Gokuraku ospita bambini considerati difettosi. Sono bambini che si trascinano in una vita non avara di problemi come, ad esempio, l’assenza – fisica ed emotiva – di genitori biologici o la presenza di affetti artificiali. Sumiko è una bambina che ha perso i genitori. Sarà condotta in questo istituto per una pianificazione del suo futuro. Incontrerà Yuki, una ragazza che vive da anni nella struttura dove, prima di essere adulta, è stata una bambina protagonista di un programma di crescita, affettiva ed emotiva, prefissato.

 

Il romanzo si fa intenso. Viola Di Grado entra in una dimensione sospesa tra realtà e fantasia. Siamo in un tempo futuro in cui tutto viene codificato e inserito in una fredda e rigida pianificazione. Non ci sono più gli spazi degli slanci emotivi, delle singole – imperfette personalità, del calore umano e degli affetti spontanei. Tutto avviene, o avverrà, in modo freddo e distaccato, in una nuova realtà dominata da apparati hi-tech.

 

L’EPAA (Esperimenti Pianificati Accudimento Artificiale) vuole essere, nei falsi principi sottostanti, un nuovo modello educativo standardizzato per far crescere i bambini di un prossimo domani. Un modello sponsorizzato, pubblicizzato, divulgato, che vuole “togliere” i figli alle “umane” educazioni del passato per affidarli a una presunta e rigida educazione artificiale. Sono vere e proprie madri riprodotte artificiosamente, fatte di metallo, programmate per donare affetti schematizzati rientranti in un protocollo. Sono apparati che dispongono, all’occorrenza, di calore metallico, di sorrisi meccanici di circostanza, in grado di esprimere concetti standardizzati; il tutto per trasmettere messaggi certi e coerenti ai rispettivi bambini acquisiti … tutto apparentemente perfetto e codificato, lontano da un tempo spontaneo e naturale in cui si viveva e respirava una sana libertà. Sono madri sviluppate da un’unità materna sintetica, espressamente assemblate per ogni nuovo arrivo.  Tutto viene gestito da un software all’apparenza infallibile.

 

La scrittura di Viola Di Grado avanza in modo prepotente e irrompe in un sistema, quello attuale, dove si sta tendendo, sempre di più, verso la spersonalizzazione dell’individuo a causa di una dipendenza informatica via via più evidente. Quante verità in un romanzo dai risvolti anche angoscianti, con una trama tenuta su in modo dinamico e sorprendente. Si arriva, addirittura, a concepire il futuro come un qualcosa di calcolabile. Ci si impossessa del tempo che verrà, dei sogni, della bella incertezza del domani, attraverso la manipolazione del passato. L’idea è quella di tendere verso un futuro certo e scontato, senza lasciare nulla al caso; una tematica certamente rilevante nella scrittura dell’autrice. Madri reali non ritenute idonee per garantire una soddisfacente educazione, non potranno che lasciare spazio alle più sofisticate unità materne sintetiche. Esasperando una tendenza della nostra malata modernità, si tende a considerare il cervello umano come un qualcosa di superato e certamente fallimentare rispetto a un’incombente tecnologia.

 

L’autrice, in ogni caso, non dimentica l’importanza dell’uomo, dello spirito che anima ogni esistenza. Non è casuale la presenza di un protagonista come Buddha Sakyamuni. La sua partecipazione sublima una scrittura già estremamente profonda e toccante. Si pone in modo trasversale durante tutta la narrazione, attraverso voli temporali che rendono la presenza di Buddha come un qualcosa di immortale; un’esistenza che attraversa il tempo e lo spazio, con un pensiero che supera ogni limite materiale.

 

Contro la fredda logica degli affetti sintetici, si muove il Movimento Anti Madri Artificiali (MAMA). Faranno in modo di aggredire, attraverso dei virus, le unità materne artificiali per dimostrare tutto il fallimento di un’educazione preordinata e lontana dalla libertà che caratterizza l’individuo. Conseguentemente, le madri artificiali danneggiate, contamineranno i rispettivi figli dando luogo ai bambini di ferro, gli issendai, i “desideranti”; bambini gelidi dentro, impossibili da salvare.

 

Yuki è un’ex bambina di ferro. Forse è stata salvata dalla decisa determinazione di Sada, la responsabile dell’istituto, che ha voluto la sua permanenza, evitandole il trasferimento in luoghi terribili dove, come gli altri issendai, avrebbe conosciuto la morte dell’anima. Yuki, a fatica, rinunciando alla sua liberta, resiste ben sapendo che dovrà convivere con le tante imperfezioni provenienti dal suo difettoso accudimento artificiale. Troverà in Sumiko una complicità fatta di sguardi fugaci, di silenzi ricchi di intese segrete, di coinvolgimenti emotivi che faranno riemergere un passato volutamente sepolto sotto una spessa coltre. Torneranno i sentimenti, l’idea di libertà, le paure di affrontare un mondo troppo grande per chi era stato costretto a rinunciare alla propria personale e libera esistenza.

 

La vera bellezza del romanzo di Viola Di Grado, sta proprio nella costante contrapposizione tra i più importanti insegnamenti che appartengono alla storia dell’uomo, e la fredda determinazione di un mondo troppo tecnologico; un mondo che potrebbe volgere, facilmente, verso un cupo futuro di cui si avvertono già i segnali. E’ proprio attraverso l’estremizzazione della storia narrata che l’autrice cerca di lanciare un chiaro segnale affinché l’essenza dell’uomo possa essere salvata e messa al riparo da ogni forma di violenza e/o costrizione.

 

Stefano Carnicelli

                                                                                              http://www.stefanocarnicelli.it

 

 

Viola Di Grado è nata a Catania nel 1987. Il suo primo romanzo, “Settanta acrilico trenta lana”, pubblicato a 23 anni, ha vinto il premio Campiello Opera Prima, il premio Rapallo Carige Opera Prima ed è stato finalista al premio Strega. Il suo secondo romanzo, “Cuore Cavo”, è stato finalista all’International DUBLIN Literary Award, ai PEN Translation Awards e agli IPTA Awards. Le sue opere sono tradotte in dodici paesi. Viola si è laureata in lingue orientali a Torino. Ha viaggiato in Cina e Giappone e si è specializzata in filosofia cinese a Londra. “Bambini di ferro” è il suo terzo romanzo.

 

Viola Di Grado: “Bambini di ferro” (La nave di Teseo), 2016, pag. 249 euro 18,00

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