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RUBRICA LIBRI a cura di Stefano Carnicelli: “L’Infinito”, il nuovo capolavoro di Roberto Vecchioni

1 Feb

RUBRICA LIBRI a cura di Stefano Carnicelli: “L’Infinito”, il nuovo capolavoro di Roberto Vecchioni

L’Infinito” di Roberto Vecchioni non è un semplice album fatto di canzoni srotolate nella precisione numerica delle tracce. E non è certo il frutto di un appuntamento che l’artista deve o dovrebbe avere con il proprio pubblico (per analogia, mi piace pensare ai molto spesso inutili cinepanettoni che bombardano il nostro vivere natalizio). “L’Infinito” è, al contrario, un lavoro di grande precisione … un condensato di storia della musica arricchito da spunti che affondano le radici nella cultura intesa come consapevolezza della bellezza della vita, proveniente da un tempo lontano che torna e ritorna. Se fosse un lavoro di congedo (cosa che L’Infinito sicuramente non è perché questo giovanotto di appena 75 anni ci regalerà ancora altre emozioni), potremmo dire di essere al cospetto di un testamento che si fa dono prezioso per chi ha occhi affamati per leggere e cuore per sentire.

Roberto ti prende per mano e nel suo cantare, e narrare, ti porta a spasso nella storia e ti innamora di ciò che fu. Perché il canto, come il suono, sono esigenze assolute; prima ancora della parola in quanto tutto ebbe inizio con il canto “naturale”. E’ straordinario il modo con cui ci racconta questo eterno legame: parola che diventa suono; si spezza e si dipana in altre parole. E poi si incastra tra i suoni e le armonie, si fa “logica” e aspetta l’arrivo del suo treno: il linguaggio. E’ così che Vecchioni spiega la vera canzone d’autore … una sorta di grande fontana con infiniti rigagnoli da seguire. Le parole hanno l’innata forza di evocare, di generare emozioni e stati d’animo, andando ben oltre la materia. Un verso è per sempre e non potrebbe essere altrimenti; come l’amore, l’unica parola che avvicina gli uomini liberandoli dall’oscurità.

Stupenda è la descrizione di una “dualità” sempre esistita: versi lineari e versi ermetici, lirica sentimentale e protesta sociale; una biforcazione importante che poi è la storia della poesia e della canzone. Verso e melodia … due mondi vicini ma anche lontani con la parola che trova la massima espressività proprio nella libertà della separazione. In questo contesto, il cantante-autore diventa vero; un “vero emotivo” colto dalla realtà per essere reso a chi sa ascoltare. Nel tempo, si ebbe anche la contaminazione tra colto e popolare. I francesi furono i primi a viverla; pianoforti che passavano di mano per dare risalto, in piena liberta, agli audaci. In Italia i cantanti-autori, negli anni ’60-70, scoprono il sociale, il politico e altri temi legati all’uomo. E’ grazie all’attenta ricostruzione del Prof. che scopriamo il vero capostipite della canzone d’autore: Francesco Petrarca, con la sua innata modernità.

Nel panorama musicale, le canzoni di Roberto Vecchioni si presentano ricche di ricordi; immagini, tempi vissuti e da vivere. I vari personaggi raccontati, Roberto li sente propri nell’io che canta. E poi i dialoghi camuffati, il doppio che è scontro: bene e male, cuore e ragione, dubbi e certezze … io e io. In fondo, ciò che cerca è sempre l’uomo. La canzone di Vecchioni non ha una matrice politica. Ci sono personaggi estremi, particolari ma non vera politica per arrivare, forse nella maturità della vita, alla scoperta di un Dio. Un Dio che viene percepito come sconvolgimento emotivo per abbracciare una vita comunque meravigliosa. La vita non ha bisogno di paradisi per essere perfetta; deve solo essere vissuta con pienezza. E la preghiera? Si prega per essere ascoltati, senza chiedere nulla. E quando nell’io interiore si sente che “Lui” è in ascolto, solo allora bisogna dare tutto … anche le lacrime più remote.

Dopo aver navigato, con piacere, in una ricostruzione storica che ha il sapore della bellezza, entriamo nell’Infinito vortice dei nuovi brani. L’idea nasce dall’amore per ciò che si vive, tema sempre più sentito e presente nei testi di Roberto. Come lui stesso dice, “non dodici canzoni ma una sola lunghissima (aggiungerei dolcissima) canzone divisa in dodici momenti”, ricchi di sogni e speranze.

Si parte con “Una notte, un viaggiatore”, laddove la vita appare come una valigia che portiamo dietro … inseparabile, nasconde un segreto perché non possiamo aprirla. E rispondiamo solo con le emozioni a questo scorrere incerto che è vita. Ed è così che, tempo per tempo, teniamo vivi i ricordi senza lasciar morire i desideri.

Formidabili furono quegli anni ma anche l’oggi, quando intatta è la voglia di vivere che tiene fermo il tempo in un eterno presente (la mirabile idea di un tempo verticale da tenere sempre al nostro fianco). La passione verso un’intensa esistenza può vincere un bieco destino.

Ci si può rialzare anche dopo aver toccato il fondo, per tornare a volare (o imparare nuovi voli) … basta il cuore; davvero straordinario e travolgente il brano dedicato ad Alex Zanardi con la voce di Guccini che impreziosisce la canzone.

Di una dolcezza infinita il brano dedicato a Giulio Regeni. C’è tutta la forza di una madre che non potrà mai crederlo morto … e così inganna il destino facendo salti nel tempo con l’illusione che Giulio è in camera a dormire, con i suoi sogni da bambino.

Ne “L’Infinito” si sfiorano delicatissime emozioni. Ci sono scene di un vissuto che corre e si rincorre, in una Napoli allegramente chiassosa dove, ovunque, ci si aggrappa alla vita. Facilmente lo stesso Leopardi ha ritrovato, in questi luoghi, una voglia di vivere ormai sopita da tempo. Disperate parole da abbandonare per scacciare il dolore per non veder morire il dì di festa. “E forse l’infinito non è aldilà … è al di qua della siepe”.

Non poteva non esserci, al ritmo di un sirtaki, un brano dedicato all’amore di Roberto per gli studi classici. “Vai ragazzo” è un inno alla vita; un’incitazione a prendere il destino in mano per farlo proprio. Magari si può approcciare l’esistenza con passo meno greve, evitando di passare sopra la bellezza senza nemmeno guardarla, cercando di salvare il “bene” che proviene dal passato.

Ogni canzone d’amore” è dedicata alla donna amata. Chi sa veramente amare, quando ascolta un canto d’amore, non può non associarlo alla propria compagna … in un’eternità che va oltre la dimensione del tempo.

C’è anche un brano autobiografico (“Com’è lunga la notte”) in cui Vecchione ripercorre la sua vita attraverso voli nel tempo, lasciando spazio anche a una visuale “esterna” (la voce è di Morgan). Lo ritroviamo con i calzoni corti, innamorato della storia e del greco, con un cuore caricato a sogni, con il sigaro pestilenziale … sempre pronto a vivere la vita come una festa.

Ma tu” è un brano delicato e profondo collocato su tempi e piani diversi: la prima e l’ultima donna … in mezzo, l’amore imparato negli anni. E che strano posto il cuore … così piccolo ma anche forte da racchiudere, nei meandri, le cose che entrano e che non escono più.

Commovente la lirica dedicata ad Ayse Deniz, ragazza curda morta in battaglia contro l’ISIS. Una ragazza che lotta e, con coraggio, fa delle scelte per non tradire la vita. In questa lettera immaginaria al suo amore, la ragazza mostra ottimismo anche al cospetto di una morte sicura. E spera … spera che, sciolto l’odio, dal basso, possa ammirarsi un prato verde. E nel caso, qualcuno potrebbe restituire il suo “Cappuccio Rosso”, giacente sul campo di battaglia.

Non poteva mancare un piccolo omaggio a Papa Francesco. La “Canzone del perdono” racconta l’uomo e la sua capacità di sentire con il cuore … perché ovunque, anche nei più remoti inferi, può esserci un germe d’amore. Pensiamo a un germoglio che sopravvive all’inverno; come fosse una preghiera, non può esistere, nella vita di un uomo, qualcosa di più grande del perdono.

Roberto chiude il suo nuovo meraviglioso viaggio con un pensiero rivolto alla sorte di un linguaggio ormai sbattuto e aggredito. Una professione di fede alla “Parola” che è dentro l’uomo. Parola che canta e culla, lasciandosi andare libera su fogli bianchi. La parola si fa eterna … amata nella sua infinita bellezza ma anche brutalmente ferita. Sarà la speranza a salvarla affinché mai muoia.

Forse mai, come in questa ultima straordinaria “fatica”, Roberto Vecchioni ha toccato l’apice della bellezza. Un lavoro curato in ogni particolare dove troviamo un’attenta ricerca musicale, anche storica, dei brani che si accompagna a testi attualissimi e fortemente evocativi. Le tematiche presenti appaiono ampie e trasversali al punto da toccare ogni risvolto della vita dell’uomo. Un vero poema, un carme ricco e completo che si fa verso, verbo, per esaltare le uniche cose che contano nella spesso desolante realtà moderna: la riscoperta dell’inesauribile bellezza dell’uomo; il sogno e la speranza che non possono non confluire verso una vita da vivere con la massima intensità. Usando le parole di Roberto, l’uomo ha inventato l’uomo e nel momento del bisogno non potrà che essere sempre l’uomo a salvare se stesso.

Stefano Carnicelli

http://www.stefanocarnicelli.it/

Roberto Vecchioni è nato il 25/6/1943 ed è sposato con la scrittrice Daria Colombo. Hanno 4 figli e vivono a Milano. Roberto è uno dei padri storici della canzone d’autore in Italia. Ha inciso molti dischi, l’ultimo dei quali è “L’infinito”. Nel 2011 ha vinto il Festival di Sanremo con la canzone “Chiamami ancora amore”. Per Einaudi ha pubblicato diversi libri: “Viaggi del tempo immobile”, “Le parole non le portano le cicogne”, “Parole e canzoni”, “Diario di un gatto con gli stivali”, “Il libraio di Selinunte”, “Scacco a Dio”, “Il mercante di luce”, “La vita che si ama”. Sia nell’ambito letterario che in quello musicale, ha conseguito importanti premi e riconoscimenti. La sua ultima fatica, musicale letteraria, è proprio “L’Infinito” … “non dodici canzoni, ma una sola lunghissima canzone divisa in dodici momenti”.

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