RUBRICA LIBRI a cura di Stefano Carnicelli: “Tira la bomba” di Pino Roveredo

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La scrittura di Pino Roveredo non tradisce mai. Non conosce il tempo, il declino, la legge scontata dell’abitudine. Nelle nuove parole, raccolte nella magia di “Tira la bomba”, c’è di nuovo l’esplosione di storie umane con addosso il peso dei ricordi, delle antiche amicizie e, perché no, delle miserie umane. Pino Roveredo torna al romanzo per raccontare la storia di tre bambini, divenuti prima ragazzi e poi uomini, uniti dalla forza di un’amicizia unica e particolare che percorre, a volte barcollando, gli inciampi del destino.

Giuliano, Mirko e Stefano sono i protagonisti del libro. La loro è un’amicizia che dura cinquant’anni, come fosse un patto indissolubile che nemmeno la morte potrà sciogliere. Da bambini, avevano vissuto sempre insieme respirando la reciproca complicità. Vollero unirsi con un solenne giuramento, contro le ingiustizie del mondo, il tradimento e la vigliaccheria; una sorta di unione anche a difesa delle loro necessità. Si trovarono ai piedi di un albero, intorno a Trieste, per nascondere, sotto terra, la forza del loro accordo. Avevano affidato il foglio contenente il loro giuramento a una vecchia bottiglia di birra perché lo preservasse contro lo scorrere del tempo. Ed è lì che trovarono, casualmente, una bomba a mano inesplosa, dimenticata dalla storia dell’ultima guerra. Stavano scegliendo il titolo da dare alla loro amicizia. Si chiamarono il trio tira la bomba.

Pino Roveredo intreccia il presente con i ricordi. La narrazione scorre fluida e senza intoppi. Corre lungo la verticale del tempo rendendo il romanzo omogeneo e ricco di tanti particolari riguardanti le vicende umane dei singoli protagonisti. Non è scontato ribadire che la scrittura dell’autore ritorna potente con tutta la sua eleganza e il garbo tipico della narrazione che gli appartiene.

Giuliano è l’unico superstite del gruppo. Mirko è stato portato via, da qualche mese, da un infarto fulminante … era già partito verso il mondo delle assenze. Ora è Stefano, il benzinaio “comunista”, a perdere la vita; distrutto da un cancro che non aveva lasciato spazio alla speranza di vivere. La vita va così: si resta a galla finché si vive per scivolare subito fuori dal ricordo, come se la vita stessa non fosse mai esistita, nel momento in cui il respiro si ferma. Sarà Giuliano, l’unica storia superstite, a trascinare a fatica le trame di un tempo vissuto che ha smarrito, strada facendo, i suoi pezzi migliori.

Giuliano, il bello del trio, una bella mente, tacitamente era sempre stato il capo del gruppo. Al suo fianco c’era Stefano: possessore di energie altalenanti in grado da portarlo nel regno della felicità e, subito dopo, magari, sprofondarlo negli spazi angusti della più nera depressione. E poi c’era Mirko: un nome anonimo e senza dolcezza; era l’eterno sfigato anche per l’appartenenza a una famiglia piuttosto ottusa.

Giuliano non riesce a piangere; non sa piangere. Anche nei momenti di grande sofferenza riesce a vivere, a capo chino, solo il peso di un ingombrante silenzio. Soffre così. E’ lì: defilato, presente tra le assenze di un corteo funebre che porta uno stanco, estremo saluto al “compagno” Stefano. C’è anche Elena, l’ex moglie di Stefano … il sogno non vissuto di Giuliano, strozzato nel ricordo di una colpa che ha il sapore del tradimento.

Giuliano ricorda, naviga nel tempo. Riemergono le storie dei ragazzi del trio; quelle singole e silenziose, ma anche quelle congiunte vissute nell’eterna complicità dell’amicizia. Riaffiorano i ricordi amari, anche quelli tristi legati a vicende dove ognuno aveva dato il peggio di se stesso. Il vivere, del resto, è fatto anche di esperienze negative che avevano fatto vacillare più volte il patto del trio. Poi il tempo, il silenzio, la bellezza dell’abbraccio, avevano ristabilito gli animi portatori, negli anni, di cicatrici evidenti a memoria di profonde ferite.

Ciò che emerge dal romanzo, quale elemento comune ai destini dei tre protagonisti, è sicuramente l’assenza di una famiglia. Da adulti, i tre amici vivono vite di solitudine; nessuno è stato in grado di crearsi, intorno, una solida famiglia. C’è rabbia in questo vissuto che è figlio di famiglie inconsistenti all’origine delle rispettive vite di bambino, prima di approdare nelle durezze delle esistenze quotidiane. Giuliano, in particolare, aveva avuto un padre crudele al limite della cattiveria. Un tiranno, un uomo duro che voleva fare del figlio una sorta di guerriero contro la vita. Da tutto ciò, ne era scaturito un totale fallimento foriero di un carattere complesso, chiuso e diffidente che accompagnerà Giuliano per tutta la vita.

Non c’è amore nelle vite degli uomini del trio, non ci sono affetti, sorrisi … la gioia è stata smarrita, semmai esistita, tra le pieghe degli anni. Ed ecco il grido: “Tira la bomba”, creato ad-hoc dall’autore. Assume il significato di un vezzo, un inno, un urlo di libertà e rivincita per tutto e tutti … soprattutto contro tutto e tutti. “Tira la bomba” … ai non uomini, ai tiranni che uccidono la dignità del popolo, ai prepotenti, a chi ha il cuore di pietra malato di cattiveria, a chi prega e commette peccati, ai violenti … “Tira la bomba”.

Giuliano ormai è solo. La solitudine apre gli spazi della morte al pensiero di porre fine a un’esistenza troppo pesante, con un destino che ruota, ormai, al contrario della speranza. Sono finiti i tempi dei rimpianti; chi vuole cancellare la memoria cerca la forza per respingere i ricordi. Giuliano Tonelli resterà fedele al giuramento del trio, all’eterna mai dimenticata amicizia. Cosciente di aver interpretato male la vita, consapevole di aver sputato via le cose migliori, affiderà alla bomba il tempo che attende.

Un libro intenso, ricco di spunti e significati profondi sulle esistenze umane e sui rapporti tra le persone. Un testo a tratti duro ma sempre rappresentato nella delicata scrittura di chi, come Roveredo, sa ben guidare l’uso delle parole.

Stefano Carnicelli

www.stefanocarnicelli.it 

Pino Roveredo nasce a Trieste nel 1954 da una famiglia di artigiani: il padre era calzolaio. Dopo alcuni periodi difficili, approda definitivamente alla scrittura. Operatore di strada, scrittore e giornalista, collaboratore del “Piccolo” di Trieste, fa parte di alcune organizzazioni umanitarie che operano a favore delle categorie disagiate. Diverse le sue opere: nel 1996 pubblica il suo testo autobiografico “Capriole in salita”. Nel 2005, vince il Premio Campiello con la raccolta di racconti “Mandami a dire” (Bompiani). Seguiranno “Caracreatura” (2007), “Attenti alle rose” (2009), La melodia del corvo” (2010), “Mio padre votava Berlinguer” (2012), “Mastica e sputa” (2016). “Ballando con Cecilia”, uscito nel 2000, viene pubblicato con Bompiani (2014).

Pino Roveredo: “Tira la bomba” (Bompiani), 2017, pag. 175, euro 13,00.

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